giovedì 12 luglio 2012

Prologo bis


PROLOGO BIS

Pesce a forasa era sbarcato nel sud dell’isola nel 2000, non gli sembrava cosi male come si raccontava, non si trattava solo di un luogo di villeggiatura, diffuso era un senso di auto determinazione e di forte cognizione di identità, si viveva un giusto distacco dal tutto nel suo sud dell’isola, in apparenza poteva sembrare una terra povera, in realtà era ricchissima, abbondava di un bene che era impossibile saccheggiare, la memoria, gli indigeni la tramandavano in limba, il codice d’accesso al software non era penetrabile da nessun Hacker al servizio delle multinazionali privatizzate del pensiero unico trasversale, la limba sarda arrivava da lontano, non era un linguaggio commerciale dell’impero anarco liberista delle leggi di mercato ed intorno ad essa non girava una economia fantasma che faceva volteggiare lo spread ma beni reali.
Pesce a forasa era arrivato nel sud dell’isola da Napoli, via Tirrenia, nella sua città aveva messo in discussione ciò che era discutibile ma sembrava essere indiscutibile, nella sua terra era stato mortificato, cancellato, annientato, diffidato ed allontanato.
Diffidato ed allontanato dall’Accademia di Belle Arti, che mentre lo licenziava con il massimo dei voti non gli riconosceva titolo d’accesso alcuno e lo si diffidava per avere denunciato un nepotico e dinastico passaggio di cattedre, aveva denunciato esami sostenuti a porte chiuse se non in delittuosi party di letto.
Diffidato da testate d’arte specialistiche come Flash Art, Exib Art, Equilibriarte e Artribune, gli si imputava di raccontare ciò che non si poteva, l’arte da che mondo mondo era e doveva restare un affare privato, nel bene pubblico ci si doveva infiltrare e si doveva arraffare in nome di un nascosto benefattore malfattore non localizzato che disperdeva introiti dei contribuenti ignari alla causa.
Diffidato da curatori e pretestuosi artisti isolani che in nome di politiche figlie della Roma e della Lega ladrona saccheggiavano di tutto, anche idee e progetti.
Comunque sia lui aveva scelto il sud dell’isola, la Santa Barbara locale patrona degli artisti sommersi e scartati di produzione, la birra ichnusa locale e l’erba proibita locale per smettere di pensare, come terapia anti impero per curarsi e per sedarsi; nonostante tutto impazziva all’idea di vedere dei sui ex colleghi di studi occupare cattedre Accademiche, erano i figli della meritocrazia italica che premia l’inconsistente, il supino, chi non fa troppe domande, chi si offre in nome dell’amicizia che incula con ferocia la giustizia.
In nome dell’ignoranza e col merito della cieca e bieca obbedienza vedeva materializzarsi docenti che avevano il merito di essere democratici e proclamarsi di sinistra a patto di potere dettare volere, evangelisti che dirigevano case editrici ed editavano i loro Maestri futuri colleghi, gigolò che si offrivano a galleristi, maestri e docenti di Storia dell’arte a buon mercato in cambio di voti e cattedre future che diventavano reali e presenti; si rodeva dall’isola sotto embargo ma si consolava rappresentandoseli come dei reietti mediocri e privi di cultura, che si muovevano rimirandosi l’ombelico della loro ultima spiaggia, offrirsi a chi ti può gestire e raccomandare in proporzione al voto che si porta in dono a corte.
Nel sud dell’isola non vi erano Accademie irreali di Belle Arti, non vi erano gallerie private che diffondevano pensieri unici d’artista, era un posto ricco di cultura dell’utile che giustamente naturalmente respingeva il futile e l’inutile, il posto dove un ricercatore di senso dell’arte contemporanea poteva vivere tranquillo, nel Sud dell’isola non esistevano quei posti che generavano fuga di cervelli e trattenuta delle mediocrità artistiche.


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