martedì 25 febbraio 2014

Mariano Bellarosa per la Tavor Art Mobil 014:)



Tavor Art Mobil nr.13

Route nr.12: http://youtu.be/zh9UkCK8_tQ

7 Settembre –  31 Dicembre 2014: Autunno – inverno al vento.

Mariano Bellarosa, Silvia Sechi Torralba, Ignazio Fresu, Claudio Parentela, Sergio Angeli, Antonello Roggio, Cirillo Salvatore, Mario Pugliese, Mario Di Giulio, Giacomo Bresciani, Antonio Conte, Loredana Salzano, Mauro Luccarini (Cervelli riuniti), Midnight Midnight , Stefania Grilli e Ugo Giletta.



lunedì 24 febbraio 2014

"Faith" - Barbara Ardau e Mimmo Di Caterino, "La santa e il disobbediente".

"Faith" - Barbara Ardau e Mimmo Di Caterino, "La santa e il disobbediente".

Performance alla inaugurazione della mostra Faith al Project Space Askosarte


Il progetto era questo:

 - un quaderno/appunti di memorie di fede e santini storici da collezione con relative preghiere dalla fine dell'ottocento a oggi, terminanti con un "selfie" ante litteram di Santa Barbara Ardau realizzato un decennio fa non con uno smartphone, che ancora non esistevano, ma con una polaroid, poggiato su di un tavolino. 

- Il quaderno di preghiere è il lavoro immobile, le preghiere sono un bene spirituale in un contenitore materiale, durante tutta la mostra lo si potrà conservare e sfogliare. 

- Al muro davanti questo quaderno sfogliabile e consultabile su tavolo ci saranno delle piccole tele pittoriche gestuali, dichiarazioni programmatiche e appunti di segno di un artista periferico al mercato e al marketing globale, Mimmo Di Caterino, che per questo ha bisogno di fede e protezione.

- I quadri la serata dell'inaugurazione potranno essere prelevati dagli invitati all'inaugurazione fino a esaurimento, a patto che accettino di essere fotografati da i curatori dello spazio prima di prelevarlo dopo avere letto una preghiera a piacere dal quaderno-appunti e dopo averlo prelevato per incrementare la propria abusiva, domestica e privata collezione d'arte contemporanea, in fondo anche Zeusi era solito regalare le proprie opere in quanto trovava impossibile stabilirne il valore.

Titolo del pezzo: La "Santa" e il "disobbediente".



Questo ciò che è successo:


La "Santa" e "il disobbediente": il video.












































martedì 18 febbraio 2014

Faith.


FAITH




BARBARA ARDAU E MIMMO DI CATERINO_CINZIA CARRUS_SARA 
GIGLIO_IPERPLASTICOL_LUCIDEDDU
DANIELA E FRANCESCA MANCA_MICHELE MARROCU_TONINO MATTU
 MICHELE MEREU_MOJU
MANULI_ALESSANDRO MELIS_VALERIA MURGIA
GIANMARCO PORRU_ALFREDO TANCHIS

"Santa Barbara Ardau", Mimmo Di Caterino e Barbara Ardau, Napoli 2008, Quartiere Sanità.

 
 
La (vera) fede distrugge tutte le credenze, di cui vede la radice menzognera, a
servizio dell'egoità.
 (Marco Vannini)
 
Con FAITH chiude la trilogia di mostre dedicate a ISOLA MUTANTE, Rassegna di arte
contemporanea che indaga la famiglia (Fathers), la società (Fear) e la fede (Faith),
in relazione allo sviluppo della personalità umana.
In esame l’imprescindibilità del ‘credere’, comune ad ogni uomo, pre-religioso e
laico, e i suoi innumerevoli possibili esiti: dalla potente pulsione a ri-cercare,
che può sfociare in rivelazioni artistiche o scientifiche, alle possibili
degenerazioni del credere, quando questo, opponendosi in modo drastico alla ragione
critica, degradi in qualsiasi forma di integralismo, fanatismo (religioso e non),
messianismo, idolatria, escatologia, o in psicopatologie farneticanti.  
Per lo studioso Marco Vannini, la (vera) fede - compresa la fede cristiana,
paradossalmente riconosciuta dalle indagini psicologiche come irriducibile ad una
delle tante forme del semplice credere, e ai processi psichici sottostanti al
bisogno umano di affidamento -  annienta qualsiasi tipo di credenza. E quando questa
è volontà di verità,non può fare a meno di guardare in faccia la realtà, scoprendo
che quella credenza è desiderio di consolazione e rassicurazione, frutto del
desiderio di permanenza di un ego che si sente debole e incerto e che perciò cerca
“salvezza” nel rimando ad altro fuori di sé, restando così sempre nell'attesa,
nell'anelito. La fede, allora, non produce affatto credenze ma, al contrario, le
sgomina, smascherando come menzogna anche l'immaginazione teologica. Ripuliscedal
superficiale e dall'accidentale – (comprese le falsità religiose) terreno di
separatezza, spesso di opposizione e scontro - per ricreare quella
 dimensione essenziale, universale e spirituale dell'uomo (che si esprime nella
mistica) luogo d’incontro e di unione.
Esperienza, quella mistica, che niente ha da spartire con la devozione, e meno
ancora con la vita religiosa, l’irrazionale, l’esoterico, l’eccezionale,perché è Via
del distacco che conduce all'unità profonda con l'infinito…contenitore di una non
celata esplosività che può esser vista anche come profanazione inaudita: non come
altissima pietà ma come superbo ateismo; non come compimento della religione ma come
sua di­struzione.
La (vera) fede come opportunità di percorrere in prima persona il cammino
dell’interiorità, della saggezza e della beatitudineè una luce che tutto pervade, in
libero e gioioso movimento in mezzo agli opposti, ovvero al di sopra di essi,
signora dell'identico e del diverso, del bene e del male, del particolare e
dell'universa. 
Lo stesso San Tommaso, del resto, nel giorno di San Nicola dell’anno 1273, affermava
che tutta la nostra conoscenza può soltanto aprire la porta su nuove domande e che
ogni scoperta è soltanto l’inizio di una nuova ricerca.
 
Alice Rivagli

  
 

  


dal 23 febbraio al 2 marzo 2014
Project Space Askosarte
 Via Trento, 16, SOLARUSSA  (ORISTANO)



 
INAUGURAZIONE 23 febbraio 2014 ore 18.00

I n f o 3240579940/3420063562

askosarte@yahoo.it
www.askosarte.it


       a cura di ALICE RIVAGLI

                              

        

    APERTO TUTTI I GIORNI DALLE 18.00 ALLE 20.00

lunedì 17 febbraio 2014

Headed for success - a 25 fotogrammi al secondo


Headed for success
a 25 fotogrammi al secondo.

Dal 2009 al 2013 ho scattato 21.328 fotografie.

Sto parlando di file .jpg.

I miei genitori conservano negli album le loro fotografie di quando erano giovani, tenute ferme da angolini di plastica. Negli ultimi album ci sono anch’io, che mi esibisco in alcuni grandi classici: il primo bagnetto, sulla giostrina in sella ad una moto, paletta e secchiello in mano e i piedi a bagno in mare, cose così. Ma torniamo a noi.

Anche prima del 2009 ho scattato molte fotografie.
Le conservo in cartelle dentro altre cartelle, annidate in hard disk esterni.

Limitiamoci agli scatti tra il 2009 e il 2013.

Calcolatrice alla mano.
In un anno ci sono 365 giorni.
365 giorni per 5 anni fa 1.825 giorni.
21.328 diviso 1.825 fa 11,686575342465753 fotografie al giorno, insomma: un po’ più di 11 fotografie e mezza al giorno.
Una foto ogni due ore, dal 2009 ad oggi, ininterrottamente. Cosa avrò mai avuto da fotografare. Quale ansia mi ha fatto premere compulsivamente il pulsante dello scatto. Che cosa temevo che, da un istante all’altro, sarebbe andato perso e quindi andava salvato, conservato nella sequenza di numeri di una fotografia digitale da scrivere su un supporto di memoria esterna rispetto a quella del mio cervello.

Non ho voglia di scorrere tutte queste fotografie.

Potrei dividerle in categorie, a prescindere da quando sono state scattate. Alcune sono fotografie di famiglia: mio fratello, parenti, amici. Altre di luoghi dove sono stato, occasioni, momenti che mi stavano ispirando, ragione per cui: scattare, e immagazzinare. Altre sono strettamente legate all’arte: fotografie di miei quadri, installazioni, eventi artistici. Aggiungo per ogni evenienza una categoria che potrei chiamare: altro. Qui dentro ci sono tutte le fotografie sbagliate, casuali, che non sono venute come volevo, scartate, di cose che magari poi, a rivederle in seguito, non erano così importanti, o fonte di ispirazione così forte.

Impossibile liberarmi anche di quelle.
Disposofobia, accumulo compulsivo, nella sua variante fotografica.

Anche volendo, non avrò mai tempo di rivederle tutte.
Che cosa potrei farci: un gigantesco mosaico, lasciando che sia il caso a disporre gli scatti, e vedere qual è il colore predominante della mia vita fotografata di questi ultimi cinque anni. Così, un po’ da lontano, guardare 21.328 fotografie, di dimensioni troppo ridotte perchè si possa distinguerle; e trarne una tonalità, forse un disegno astratto.

Oppure, potrei farle scorrere velocemente una dopo l’altra, una al secondo.
21.328 secondi sono 355,466666666666667 ore di proiezione.
Quasi 356 ore di film ininterrotto. Un film che dura più di un anno.
Dimezzando il tempo di comparsa di ogni singolo scatto, siamo sempre nel mondo delle cose impossibili: un filmato di 178 ore.

Proviamo ancora.
La televisione, per dare l’impressione del movimento, spara negli occhi degli spettatori 25 fotogrammi al secondo (al cinema delle origini ne bastavano 16). 21.328 fotografie diviso 25 fotogrammi al secondo fa 853 secondi (circa). Servono cioè 853 secondi per proiettare 21.328 fotografie alla velocità di 25 fotogrammi al secondo.
Ancora troppo: 853 secondi sono 14 ore circa di proiezione.



Nel 1979, sul Time, appariva un articolo a proposito di un certo Hal Becker, ricercatore di elettronica medica della Louisiana, inventore di una scatola nera in grado di diffondere messaggi subliminali ad alta velocità e a basso volume, per circa 9.000 volte l’ora.
Una catena di supermercati dell’East Coast, installato questo apparecchio e diffondendo il messaggio subliminale insieme alla musica ambientale, ottenne una riduzione del taccheggio del 37%, durante un periodo di prova di 9 mesi.
Il messaggio subliminale era: “Non ruberò. Mi comporterò correttamente.”
Nello stesso articolo, il professor Becker affermava di aver rifiutato le richieste di assunzione da parte di diversi politici e pubblicitari.

Prima che le nostre menti inizino a macinare considerazioni a proposito di questa scoperta e del suo uso, torniamo a noi. Ho 21.328 fotografie. Non so quale sia la velocità necessaria per proiettarle affinchè non vengano percepite razionalmente dall’osservatore, ma ne ho abbastanza per farlo per molte ore di seguito.
Non intendo nascondere un singolo messaggio subliminale: ipotizzo un filmato molto veloce, che impressioni la retina degli spettatori e venga percepito dal cervello; che non venga interpretato razionalmente ed in modo narrativo, ma che comunque sia in qualche modo assimilato a livello inconscio. Ecco: lo spettatore avrebbe, forse e solo in parte, assimilato l’aspetto emozionale, molto generico, dei miei 5 anni di scatti fotografici. Una parte della mia storia sarebbe ora sua.

Non funzionerà, per molti motivi.
Perchè la stessa immagine può suscitare emozioni differenti in ciascuno spettatore.
Perchè non si tratta di un messaggio subliminale preciso, ma ottico e reinterpretabile.
Perchè ogni spettatore coglierebbe come più affini al suo modo di sentire, a livello incoscio, certe immagini più di altre, che si fisserebbero  più facilmente nella memoria.

Rallentiamo il nastro.
Le immagini smettono di sfarfallare, tornano ad essere distinguibili, una dopo l’altra, fino ad un fermo immagine, su uno scatto qualsiasi. Sembra che debba scomparire anche quello, per lasciare posto al successivo, e invece no.
Sta fermo lì.
Per un po’ lo spettatore si chiede se il filmato sia terminato; se si sia bloccato per qualche motivo tecnico. Distrazione, domande. Poi tornerebbe a focalizzare l’attenzione sullo scatto. Perchè proprio quello, se non è un errore. Un paesaggio, un ritratto, chi lo sa.
La foto resta lì sullo schermo.
Forse lo spettatore inizierà a domandarsi se c’è qualcosa di particolare, in quella fotografia, che non sta cogliendo. La guarda meglio.

Definizione di immagine: metodica rappresentazione secondo coordinate spaziali indipendenti di un oggetto oppure di una scena, contenente informazioni descrittive riferite alla scena oppure all’oggetto rappresentato, e dunque distribuzione bidimensionale o tridimensionale di un’entità fisica. Il linguaggio delle immagini è intrisecamente indeterminato, evocativo, dotato di segni che assumono valore simbolico in relazione al significato attribuito a ciò che si osserva o al valore pragmatico degli scopi della comunicazione. La formazione di un’immagine avviene attraverso la combinazione di una sorgente di energia e dalla riflessione dell’energia stessa emessa dalla sorgente da parte di oggetti di una scena; infine, di un sensore sensibile all’energia prodotta dalla sorgente che raccolga l’energia irradiata dalla scena.

Il sole, un albero, il mio occhio che raccoglie l’energia riflessa dall’albero.

Adesso, un passaggio meno facile.
Siamo nel campo delle immagini digitali.

Affinchè le immagini siano elaborate da un computer, occorre trasformarle in una rappresentazione numerica/digitale. Però in natura la distribuzione di energia elettromagnetica è continua, mentre nella digitalizzazione il campo delle possibilità di numeri da impiegarsi per descrivere l’immagine è finito. Ecco che entra in scena l’algoritmo, che da un lato deve mantenere la riconoscibilità dell’immagine, dall’altro andare incontro alla limitatezza strutturale del supporto impiegato.

Lo spettatore sta guardando un algoritmo.
Fermo lì, fisso.
Certo, riconosce il paesaggio, il volto, le sfumature, come se fosse reale, praticamente identico all’originale se avesse usato i suoi stessi occhi. Ma non esattamente.

Quando ero bambino, bastavano 16 colori per far sì che il protagonista del videogioco con il quale stavo giocando popolasse di situazioni credibili ed emozionanti la mia mente, e producesse nel mio corpo accelerazione del battito cardiaco, sudorazione alle mani, produzione spontanea di chissà quali molecole chimiche. Certo, c’era il coinvolgimento narrativo della storia, ma sempre di 16 colori stiamo parlando. Per non parlare degli spigoli degli oggetti, delle sagome quadrettose.

Mi chiedo quale sia l’algoritmo, se mai ce n’è uno, di elaborazione delle immagini da parte del mio cervello.

Lo spettatore guarda la mia foto, e nel frattempo guarda il suo modo di vedere la realtà, guarda l’algoritmo, che la natura gli ha scritto nel codice genetico, che gli consente di ordinare tutta quell’energia che gli pervade le orbite oculari.

Guardo lo schermo sul quale sto scrivendo. Non so esattamente come funzioni.

Come mio nonno, che non sapeva il funzionamento del videoregistratore, ma lo usava.
Un po’ meno le funzioni di programmazione per farlo iniziare a registrare al momento giusto, senza che lui fosse presente. Così, quando guardava tempo dopo la videocassetta, il film (che aveva deciso di videoregistrare perchè non poteva vederlo in diretta) era già iniziato, oppure c’era un pezzo di film precedente, e poi un sacco di pubblicità.

venerdì 14 febbraio 2014

Rosanna Veronesi per la Tavor Art Mobil.


Tavor Art Mobil nr.12



16 Marzo-  6 Settembre 2014: Primavera – Estate in movimento.

Alfonso Siracusa (Segnalato dalla critica Tavor Art Mobil 012)

Feat Rosanna Veronesi, Mauro Rizzo, Ale Antonucci, Itto, Nicola Cabras, Fabrizio Vargiolu, Stinglius Carcal, Antonio Murgia, Franco Fiorillo, Donatella Sechi, Enig Russo, Cinzia Mastropaolo, Lino Bansky e Filippè Eè

mercoledì 12 febbraio 2014

Il linguaggio artistico nell'isola? Una adeguata copia.


Il linguaggio artistico nell'isola? Una adeguata copia.

Una truffa ignobile e dannosa si perpetra a i danni della collettività isolana.
Io al solito rimango esterrefatto, ma lei Direttore e i suoi elettori come la pensano?
Il fatto è che una delibera della giunta regionale propone di raccogliere i quadri e opere d’arte moderna e contemporanea di proprietà della Regione, e trasferirle nella struttura di viale Regina Margherita a Cagliari. 
L'atto della giunta, però, va oltre e prevede anche di realizzare "adeguate copie" di quelle opere, in modo che prendano il posto degli originali negli uffici in cui si trovano attualmente. 
Per realizzare questa operazione, la giunta Cappellacci decide di rivolgersi a "soggetti operanti nel settore della produzione artistica al fine, non ultimo, di stimolare e creare momenti di crescita artistica" e "stanzia la somma di centomila euro annui per tre anni. "
Cela certamente un tentativo di sostenere la collettività degli artisti isolani attraverso un contributo , ma è incredibile spendere 300.000 ( 100.000 per tre anni!) per delle copie che hanno valore patrimoniale pari a zero, quindi cosa ne consegue?  Che la collettivita tutta ne abbia un grosso danno.

Come si può arrivare a tale forma di aberrazione? 

Sembra di vivere in uno scenario di embargo culturale, dove l'unico privato operativo è il servizio pubblico che finisce con operazioni come questa a determinare e legittimare lo stesso embargo.
La stessa operazione non la si poteva concepire acquistando opere da artisti giovani e non, tanto per appendere alle parete qualcosa per arredare uffici? 
L'investimento sarebbe stato nel maggiore anche senza neanche entrare nel merito di cosa e chi stabilendo un importo secco . 
Quanti sono gli artisti, che nonostante l'handicap della residenza, lavorano di giorno in giorno per elaborare un loro specifico linguaggio dell'arte?
Scandaloso che una giunta preferisca legittimare il valore artistico della copia e lo anteponga a quello della ricerca.

Il link della notizia

Mimmo Di Caterino, dal sud di un isola.


martedì 11 febbraio 2014

Lettera aperta al Signor Pino Giampà della Giuseppe Frau Galley.




Tenterò di fare un ragionamento serio, nonostante la nota cattiva fede della persona a cui mi rivolgo:

 La distinzione tra arte alta e arte bassa fa riferimento a un modello industriale capitalistico ottocentesco, dove si è stabilito una separazione tra un pubblico "colto" al quale rivolgere un arte alta, e un "popolo", ridotto a nutrirsi delle briciole della borghesia privata, cui Pino Giampà contro il popolo che abita il territorio (che non è suo e non è un bene privato) fa puntualmente e testualmente riferimento.
Questa logica di pensiero ha in passato disgregato e distrutto forme espressive, culturali ed artistiche popolari e comunitarie; lo scenario reale è questo, trovare punti di riferimento comuni tra singolo creatore o creativo artigiano (non artista, se parliamo di linguaggio e didattica dell'arte il termine artista è fuorviante) e un ambiente socioculturale determinato, in questo caso il Sulcis Iglesiente.
In questa ottica con la sua programmazione culturale privata di galleria, associazione o combriccola medioattivista vicino alla setta, dovrebbe cominciare a pensare che è il pubblico ad alimentare realmente il creativo e che di lui si nutre. In una realtà come quella Iglesiente perché persistere in una inutile pantomima mediatica rivolta esclusivamente a una borghesia e una classe dirigente a cui strizza ripetutamente l'occhio, che vive il suo rapporto con l'arte che patrocina all'insegna della doppiezza schizzofrenica se non dalla malafede?
Perché violentare con la propria visione dell'arte invece che lavorare per fa si che lo spettatore si riconosca in essa?
Che senso ha nel 2014, ragionare sull'arte con un unico parametro, ossia è arte ciò che è avanti rispetto a ciò che l'ha preceduto?
Chi può dire tra Michelangelo, Rodin, Rosso, Calder, Brancusi e Modigliani chi è arretrato?
In musica quanti sono i capolavori atonali?
La Scultura su pietra a prescindere dallo stile e dal linguaggio dei singoli artisti è un linguaggio classico e anche popolare dell'arte, quanta è invece l'arte contemporanea che si contorce su se stessa, concepita in salottini e stanze private, che non ha nulla, realmente nulla da dire a pubblico, comunità e territori? Dopo il Rinascimento c'è mai stata per quelli che sono i canoni dell'arte d'avanguardia contemporanei una grande scultura? Forse sta morendo, forse stanno morendo le opere d'ingegno, proprio quelli oggetti durevoli che erano forti della loro classicità, portatori della memoria, destinati a una esistenza indefinita nel tempo, rimandabili a un ambiente e una datazione precisa (ti sembra una presa di posizione anacronistica e nazional popolare signor Pino Giampà?).
Viviamo in un tempo che definisce come eccellenza e merito l'effimero, che cestina l'opera in favore del prodotto.
Adesso, tu bistratti tanto l'etichetta di "popolare", ma è proprio nel popolare l'unica possibilità di reazione costruttiva al monopolio del prodotto, il linguaggio popolare, primitivo e durevole dell'arte permette una gamma infinita di realizzazioni e di espressioni e tutte contemporanee; il linguaggio popolare lascia realmente spazio all'eccellenza dell'interprete quando diventa circolare (questo è un simposio di scultura ignorante! Ma se preferisci puoi anche chiamarlo performance plastico scultorea dal vivo).
Anche quando la Scultura, come nel caso di queste dimostrazione didattiche a tempo, non è fatta esplicitamente per conservarsi, permane, nel suo modo di essere, trasmettere e veicolare capacità soggettive che rendono anche certe brutture localizzate, uniche e irripetibili (è linguaggio dell'arte, da sempre è stato così, è il linguaggio più antico del mondo, altro che le tue strumentalizzazioni politiche per qualche spicciolo), capacità soggettive insite nella comunità stessa (quelle che tu vorresti ideologicamente forzare), da questo punto di vista, il mio, con orgoglio, ribadisco di essere in posizione diametralmente opposta rispetto alla tua idea di produzione di arte contemporanea dettata dal mercato (anche quello del voto politico) e di questo me ne faccio vanto.
Un unico regime oggi regola la circolazione delle opere d'arte, l'impersonale dittatura del mercato. L'arte è diventata un ramo dell'attività finanziaria globale. I mercati e i mercanti oggi sono generosissimi con gli artisti, ma riducono il valore dell'arte al prezzo sull'etichetta. L'estensione del mercato nel campo della cultura e della ricerca artistica espone popoli e culture a derive spirituali, morali e politiche. Il libero mercato globalizzato dell'arte contemporanea, nasconde il potere economico tra il nichilismo generale, l'unico reale obiettivo culturale che ha è l'accumulazione di beni riducendoli a divertimenti che non sono. 
Questo è il serio problema dei territori e delle culture oggi.
Non so perché ti ho replicato in maniera così alta, forse perché confido che prima o poi tu la cessi di manifestare un atteggiamento che sta mortificando il tuo lavoro ed anche di quelli che ingenuamente hai adescato, che ci credono o ci hanno creduto. Buon lavoro a te e buon lavoro a noi!