domenica 30 marzo 2014

Sardegna, museo a cielo aperto "bannato" dalla storia.

ETNOCIDIO DI UNA CIVILTÀ  [Gavino Minutti]

Non so se essere entusiasta o malinconico se oggi si parla – per come se ne parla – dei ”Giganti di mont’e Prama”.
La Sardegna è terra ignorata da millenni, è terra dal trascorso scordato. E’ mistero fin dai primi bagliori della civiltà mediterranea. Terra che ancora oggi – nonostante i tesori rigurgitati dagl’inferi – rimane al margine della storia, la cui civiltà e arte stupefacente – questo oramai appare chiaro – non ha archetipi di riferimento.
Fernand Braudel ha scritto di Tharros; mont’e Prama sta appena sopra. A Tharros i fenici vi costruirono la capitale dell'ovest, con templi e tofet, protetti da mura grandiose che difendeva la citta non dalla parte del mare, da cui non doveva temere nulla, ma dalla parte della terra ferma. Meglio – ha scritto Braudel – sono state costruite una serie di fortezze interne che dimostrano come i fenici volessero controllare l’entroterra, ma che non poterono farlo se non costruendo una sorta di frontiera fortificata contro gli autoctoni. Aldilà del confine vi era una regione ricca di metalli pregiati e un popolo con una civiltà evoluta, un popolo che dalla sommità di strane torri sorvegliava l’orizzonte per difendere la sua indipendenza materiale e culturale, il suo linguaggio, la sua arte – ancora sommersa dal fango della storia – raccolti in un aggrovigliato enigma.
Dove spesso non arriva la sapienza, può il caso, può il rude metallo di un vomere che s’impiglia su un giacimento di civiltà e arte, disseppellendola da millenni di tenebra. Una civiltà – ci viene raccontato – non aver pari. Provo ad intuire la confusione di Sisinnio Poddi, il contadino che nel marzo del 1974 dissotterra la testa della prima scultura restituita alla luce, che costringerà storici e archeologici a disfarsi (?) di certezze acquisite, a mettere in discussione verità che sapevano apprese definitivamente. Provo ad avvertire il tumulto di Giovanni Lilliu, chiamato ad emettere una prima diagnosi, che si è trovato di fronte il tesoro anelato da sempre. Lo immagino mentre indaga quelle gigantesche sculture – lui, avvezzo ai piccoli bronzetti – statue in pietra arenaria alte 2 metri e più, dagli occhi strani, mai visti prima da nessuna altra parte del mondo. Occhi che parlano a chi li scruta. Occhi che nella storia dell’umanità non sono mai stati disegnati in quel modo, scolpiti con cerchi concentrici, con sopracciglia e naso rimarcati per dare tridimensionalità, per poi svanire nell’oscurità di un volto ignoto. Statue che non potendo parlare, non resta che esprimersi con gli occhi – voce dell’anima – ma che vogliono comunicare – non a noi, certamente – ma a quegl’intrusi di fenici che avevano eretto bastioni ciclopici, che si erano stanziati lì sotto i loro occhi fissi e magnetici, occhi di sentinelle forse poste per allontanare altri occhi avidi che volevano rubare tesori e sapienze. Statue senza bocca, solo un esile segno per evidenziarne la presenza, che noi non potremmo ascoltare e chi sa mai – se mai – capire.
Le antiche culture davano grande rilevanza alla magia delle allegorie. La civiltà dei sardi, ai bastioni fenici eretti a Tharros, vi oppose non solo fortezze nuragiche ed eserciti addestrati, ma qualcosa di più profondo, come può essere l’incantesimo della forza metafisica e assoluta che solo l’arte può estrinsecare. L’enigma di quelle sculture, poste sull’altura di mont’e Prama a sorvegliare i movimenti dell’invasore, un po’ amico un po’ predone – gli egemoni fenici – non appena fuori la propria impenetrabile città, si ritrovava di fronte all’ammonimento di un’arte capace – chissà – di mettere in guardia quello straniero più delle mura nuragiche e dei suoi famosi arcieri.
Non so se quei giganti fossero guerrieri – “padri guerrieri”, quasi in opposizione alle dee madri, si affrettarono a dire – o fossero “guardiani”, come mi piacerebbe pensare, di una civiltà che il Mediterraneo antico conobbe, la cui memoria è stata occultata, cancellata e omessa – non so – se per arcane e misteriose coincidenze della sorte e della storia o per indolenza dei suoi superstiti abitanti. Lilliu raccontava che mentre aprivano una tomba, durante i lavori di scavo, il caldo sole di quella giornata fu all’improvviso oscurato da una violenta tempesta che si abbatté sul quel luogo nel momento che alcune di quelle statue riavevano la luce. Gli antichi “guardiani”, ridestati dall’oblio di millenni, ci ricordavano la bellezza dell’isola fu, al contrario di oggi, infiacchita e mediocre.




                           Videoclip di un brano del gruppo "La Resistenza", dove poeticamente viene accostato  il testo che canta il no della comunità di Brindisi al rigassificatore nel 2006, alle immagini dei giganti di Monti Prama, finalmente mostrati al pubblico al Museo Archeologico di Cagliari, l'idea è quella di ragionare sull'arte e le sue forme simboliche come linguaggio specifico di una identità collettiva e di un territorio, sulla quale innestare dialetticamente linguaggi e simboli contemporanei.

Una sorprendente Sardegna.
di Fiorenzo Caterini.


L’altro giorno ho aiutato mio figlio, in prima media, a fare una ricerca sulla Civiltà Nuragica. La professoressa è costretta, diciamo così, perché nei programmi scolastici essa è praticamente assente.
Sono andato a cercare nella grande enciclopedia della Storia d’Italia edita da Repubblica. Ho cercato, nei primi tre corposi volumi di 800 pagine ciascuno, dalla preistoria all’impero Romano, un cenno sulla grandiosa civiltà sarda.
Zero.
Un giorno il grande storico francese Braudel negli anni ’70 capitò in Sardegna. Rimase sorpreso dalla presenza di migliaia di torri preistoriche che ancora caratterizzavano il paesaggio, e scrisse un capitolo del suo bellissimo libro, “Memorie del Mediterraneo”, titolandolo, appunto, “Una sorprendente Sardegna”.
Quello che è sorprendente, a pensarci, è che la storiografia ufficiale europea, nella figura del suo più autorevole rappresentante, trovi sorprendente una cosa così evidente. Ci sono, ancora oggi, migliaia di monumenti nuragici che caratterizzano il paesaggio sardo, segno di una civiltà tanto grandiosa quanto manifesta, eppure questa parte così evidente ed importante della storia europea e occidentale, sembra invisibile.
Perché?
Quale altra civiltà antica di quasi 4000 anni riesce a caratterizzare con i suoi monumenti, ancora oggi, il paesaggio di una intera regione rendendolo una sorta di gigantesco e unico museo all’aria aperta?
Come è stato possibile che la storiografia europea si accorgesse con così grave ritardo di una cosa così evidente? Com’è possibile che i programmi scolastici italiani, figli di una storiografia ufficiale e accademica italiana, trascurino clamorosamente un così importante pezzo di Storia europea? Com’è possibile che opere tanto prestigiose quanto esaustive si dimentichino della Civiltà Nuragica?
Ho ragionato su queste incredibili omissioni, su questa pazzesca cecità.
Dunque.
La storiografia nazionale è forzata dalla necessità di costruire una storia unitaria, nazionale, che funga anche da cemento etnico. Lo spiega molto bene A.D. Smith nel suo “Le origini etniche delle nazioni”. La storiografia europea, e anche quella occidentale, sono la somma delle tante storiografie nazionali.
La storiografia ufficiale italiana, discendete di Vico e Croce, si trovò a dover fornire alla nazionalità italiana una storia tutta incentrata sulla grandiosità della storia italiana, seguendo quel filone che era nello stesso tempo classico e romantico che dall’antica Grecia passava per l’antica Roma, citando appena la civiltà etrusca, per ripercorrere Umanesimo e Rinascimento e infine l’epopea del Risorgimento. Questa strada già tracciata era già piuttosto congrua e si inseriva perfettamente nel contesto storiografico europeo e occidentale. Non c’era bisogno di altro. La Civiltà Nuragica, non sostenuta da un apparato politico e accademico sostanzioso, finisce così nel dimenticatoio.
Ma su quel dimenticatoio, vorrei provare a dire, hanno influito anche due fattori dolosi, a mio parere.
Primo, il timore che una regione cosi diversa, millenaria e radicata culturalmente potesse in qualche modo offrire spunti di antitesi storiografica, che cioè la storia sarda potesse fungere da antistoria europea, fornendo elementi di contrasto al mondo accademico.
Secondo, che la sottomissione economica effettuata storicamente, con logica coloniale, sulle risorse sarde, dai boschi alle miniere, dalle coste al territorio per servitù militari ed esternalità ambientali, potesse essere ostacolata da una visione autonomista che si fondasse su peculiarità storiche e culturali di così notevole spessore e importanza. Non si può sfruttare e consumare un territorio storico e monumentale, meglio sottovalutarlo.
La cosa più triste e deleteria, per la cultura, non è soltanto che i sardi non studino la civiltà nuragica, o Grazia Deledda, o la storia dei giudicati o la cultura etnomusicale sarda.
La cosa ancora più triste e deleteria per la cultura, è che un bambino italiano, o un bambino europeo, non possa conoscere e capire che la civiltà occidentale, che si diffonde con l’Impero Romano, ha i suoi germi non solo nell’antica Grecia e nell’Etruria, o nell’Egeo, tornando indietro, ma anche nel Mediterraneo Occidentale ed in una civiltà molto più antica e diversa, clamorosa, prepotente, inserita e campione del contesto megalitico atlantico e occidentale.
Per sottovalutare la civiltà nuragica, per fini nazionali, viene amputata al mondo la storia di una parte dell’umanità occidentale. Un crimine scientifico.
La storia nuragica dovrebbe, dunque, essere insegnata non solo in Sardegna, ma in Italia e in tutta Europa.
Che la cultura non dovrebbe avere steccati nazionali.



                                  Lezione di storia della terra sarda a cura dei docenti Su Komandanti Quilo e di Randagiu Sardu al BeB di Assemini a Cagliari.
Corso di altissima formazione e specializzazione professionale.

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